1037° anniversario di una santa dimenticata

Martedì 28 Novembre 2017 12:16 di Redazione WebOggi.it

1037°  anniversario 

di  una  santa  dimenticata, 

la  badessa  dei  Monasteri

dell’ Arenàrio  e  di  S. Anastasìa

THEODORA   di   Rossano

(fine sec. IX -  28  novembre  980)

di    Francesco  Filareto   

 

Viviamo in un tempo di smemorati.  Il pensiero unico dominante educa, ma è meglio dire dis-educa alla rimozione della memoria storica collettiva.  Viviamo sommersi in un presentismo consumistico, arido, egoistico, angosciante, infelice.   Siamo come degli alberi imponenti, ma senza radici, esposti noi e quelli che verranno allo spaesamento, al disorientamento, alla perdita del senso dell’identità culturale di appartenenza e alla perdita di un progetto di vita per il futuro.  Muoversi fuori dal coro, contrastare tutto ciò, resistere è impresa molto ardua e ancora più ardua è la reattività e più ardua ancora è l’inversione di tendenza. Ma, senza memoria della nostra vicenda umana collettiva e personale, del nostro “villaggio vivente nella memoria” (Ernesto De Martino), non c’è conoscenza e, quindi, non c’è amore per la propria città, per la propria comunità civile, e non c’è, di conseguenza, l’orgoglio di sentirsi parte di un interesse generale e di un bene comune.  Chiusi nel nostro “particulare”, individualistico e familistico, conduciamo una vita arida, insoddisfacente, inutile agli altri e a se stessi, anonima, senza lasciare tracce di noi stessi.  Ripetiamo gli errori e gli orrori del passato.   Non partecipiamo alla vita politica, cessiamo di essere cittadini attivi, ci dimettiamo da cittadini attivi, diventiamo qualunquisti, soggetti di spirito di rinuncia, di rassegnazione, di paranoia.  Non sosteniamo le persone perbene che testimoniano, con coraggio e servizio, l’eticità, la coerenza, l’impegno tra e per gli altri.  Ci asteniamo da tutto o ci affidiamo per le rappresentanze istituzionali a individui impresentabili.  Ciò nonostante, ci sono ancora testimonianze dignitose, autorevoli, credibili, che alimentano la “resistenza civile” (Giancarlo Costabile) e la speranza che l’impossibile diventi possibile.  Tra queste gli uomini di cultura, che, contro ogni convenienza personale e familiare, sono chiamati a parlare, a fare coscienza, a scuotere le coscienze, a muoversi contro corrente, a essere “bastian contrari”, “ribelli positivi, ricostruttori di buona comunità” (Pino Aprile), profeti di prospettive di rinnovamento.  Perché la cultura, quella vera e concreta, è e dev’essere legata alla vita e al nostro impegno nella società.

     In questo quadro e con queste finalità facciamo memoria di una rossanese Theodora del secolo X, nella ricorrenza del suo 1037° anniversario, nella speranza di salvarla dalla dimenticanza e di restituirla alla conoscenza dei suoi concittadini di Rossano.

     Ricostruire le notizie sulla vita e sull’opera di Theodoranon è cosa facile. Le poche informazioni, dirette e di prima mano, le possiamo ricavare da una fonte letteraria importantissima, la biografiao “Bìos” di SanNilo, scritta, tra il 1035 e il 1045, nella Badia di Grottaferrata, da San Bartolomeo, che conobbe nella sua prima permanenza a Rossano  la Nostra.

      Theodora nasce intorno alla fine del secolo IX (poco più di uno o due decenni prima del 910, anno di nascita di Nilo), “da nobili e onesti ma non troppo agiati genitori Eusebio e Rosalia”, a Rossano, dove trascorre tutta la sua vita, fino al “28 novembre 980”, anno della sua morte.  Sappiamo che, inizialmente, è, in qualità di monaca, consigliera e guida materna di Nilo, infatti, il “Bìos” ci informa che: ella “amava il santo Padre Nilo, sin da quand’era giovanetto, quasi un proprio figliuolo”.  Ma, quando Nilo si fa monaco (nel 940) e acquista fama di saggezza e santità, accetta, con umiltà, di diventare discepola del suo discepolo.  Una doppia novità, rivoluzionaria per quei tempi di omofobia o di diffidenza verso le donne, segnatamente da parte del Monachesimo, che nelle donne vedeva gli strumenti del maligno e alle donne vietava persino l’ingresso nei Monasteri.  Nilo e Theodora anticipano, per scelta di vita e comunanza di fede vissuta, di circa tre secoli, i due Santi umbri, Francesco e Chiara

     Il “Bìos” ci informa  di uno scambio di “lettere” tra Nilo e Theodora su una questione umana rilevante.  Nel 945 circa, un umile e povero contadino, il ventenne Stefano, anch’egli rossanese, perso il padre, decide di monacarsi e di seguire Nilo, lascia, perciò, il suo lavoro, ma lascia anche la mamma e la sorella senza sostentamento e protezione.  Nilo, che allora si trova nella zona ascetica del Mercurion e conduce un’ascesi solitaria, anacoretica ed eremitica, nella grotta di S. Michele, è restio ad accogliere la richiesta, che avrebbe potuto creare proseliti e distoglierlo dal suo rapporto diretto e personale con l’Assoluto (altri, infatti, verranno dopo: Giorgio e Bartolomeodi Rossano, Proclo di Bisignano ecc.), ma, “non riuscendo a farlo recedere dal suo proposito” lo accoglie come suo discepolo e, nello stesso tempo, “crede giusto di prendersi sollecitudine” della mamma e della sorella di Stefano.  Perciò, mosso dalla carità e dalla misericordia, Niloindirizza alcune “sue lettere”, le più antiche di cui ci dà notizia il “Bìos”, ma a noi non pervenute, alla “Madre Theodora”, allora Badessa Superiora del Monastero montano dell’Arenario, detto anche di Sant’Opoli, con le quali le fa richiesta di accogliere e ospitare le due familiari di Stefano, bisognose di un ricovero e di aiuto spirituale e materiale. La richiesta di affidamento della mamma e della sorella di Stefanoviene favorevolmente accolta da Theodora, che dà loro ospitalità nel Monastero da lei diretto, uno dei numerosi Monasteri della famosa Montagna Santa (àghion òros) di Rossano; e lì le due donne, che ricevono spesso le visite di Stefano “nel tempo delle mietiture”, vivono alcuni anni serenamente e “in pace” fino alla conclusione della loro esistenza terrena.   I passi del “Bìos” ci fanno intendere, abbastanza chiaramente, che Nilo è il fondatore di quel Monastero, che si trovava sulla montagna di Rossano e aveva due reparti, uno per monaci e l’altro per monache.  Quest’ultimo egli affida a Theodora, che ne è la Badessa o Superiora.   Detto Monastero era ubicato al “Varco del Rinacchio”  o nella contrada di “Ceradonna” (termine che unisce due parole: la prima greca “kuria”, kùria, e la seconda “domina”, aventi lo stesso significato di “la Signora”, ossia Theodora) oppure nella zona della “Vadda era Patissa” (ossia “la Valle della Badessa”, Theodora).

     Alcuni anni dopo, intorno al 970, Nilo, convince Theodorae le sue monache ad abbandonare il Monastero per due buoni motivi:  perché esso è in montagna, lontano dal consorzio umano, dove il clima per alcuni mesi all’anno è particolarmente rigido e l’ambiente è difficile, e soprattutto perché è esposto alle frequenti devastanti incursioni dei Saraceni islamici (che, da lì a poco, lo saccheggeranno e lo distruggeranno). 

     Nilo le fa trasferire a Rossano, nella Grecìa, nel quartiere più anticodella città, precisamente nel Monastero femminile e annesso Oratorio di S. Maria Anastasìa.

   I due immobili  furono “edificati a sue spese”, intorno alla metà del X secolo, dal Governatore politico-militare  Basilio lo Stratego dei due Themi di Calabria e Longobardìa(BasleioV  ὁ  StrathgV).  L’Oratorio(che probabilmente ingloba una precedente costruzione ed era utilizzato dai monaci delle sottostanti Laureper la loro ascesi comunitaria) e il Monastero sono destinati a “un Ascetario di sacre vergini” e affidati alla “direzione di un monaco di nome Antonio”.  Questi, però, in pochi anni, riduce l’Oratorioe il Monasteroin “precarie e disastrose condizioni per l’incuria di lui”. Prossimo alla morte, “si rivolge” a Nilo, “lo costituisce procuratore di tutti i suoi beni” e lo incarica di risanare e riqualificare quegli immobili.   E Nilo, poco dopo il terremoto che si abbatte sulla città (970), lascia il suo Monastero di S. Adriano (nell’attuale S. Demetrio Corone) e fa ritorno nella sua città natale per rifondare e “ricostituire” sia l’Oratorio e sia l’attiguo Monastero;  entrambi li “intitola” a S. Maria Anastasìa, li destina a “tutte le vergini disperse”, della città e del territorio, e alle vedove di Rossano nonchè alle monache del Monastero dell’Arenario, trasferitesi nella città, e li affida alla direzione di “una Superiora”, la sua allieva la Badessa Teodora, che in quel Monastero trascorre il resto della sua vita e dove viene “seppellita” .

     Passa altro tempo e “da Bisanziogiunge a Rossano, con grande fasto e ostentazione,Eufràsio  o Euprassio (uprxioV   BasilikV), creato dai Basileis di Bisanzio Giudice imperiale d’Italia e di Calabria”, accolto trionfalmente da tutte le autorità politiche e religiose della città e del dominio bizantino del Sud Italia. Ma, “dopo tre anni muore e il suo corpo fu deposto nel Monastero delle vergini di S. Anastasìa”, dove viene sepolto.

     Ignoriamo, a causa di inesistenza di fonti narrative e documentarie, qual è la vicenda storica successiva dei due manufatti bizantini. Verosimilmente, all’indomani della latinizzazione della Chiesa e della Diocesi di Rossano (1462), l’antico Oratorio di S. Anastasìa cambia il suo nome in San Marco, viene ingrandito con un corpo di fabbrica aggiunto e diventa una Chiesa aperta al pubblico fino ad anni recenti;  invece, il Monastero di S. Anastasìa viene privatizzato e trasformato in una civile abitazione, ora di proprietà della famiglia Nola.  

     Bartolomeo, il biografo di Nilo, con poche ma efficaci pennellate,ci lascia un profilo forte di Theodora, “tale di nome e di fatto” (il termine greco,Qeodora, significa infatti “dono di Dio” o “colma di doti divine”), “una vergine molto veneranda”, “vegliarda santa e molto prudente e saggia”, una donna forte che fa una scelta di fede radicale e anticonformista di “un genere di vita ascetico assai rigido”. Ella si caratterizza come testimonianza di religiosità autorevole e credibile, tanto da fare scrivere a Bartolomeo: “non so se Rossano ne abbia generata un’altra simile a lei”. 

     Aggiungo, non so quanti a Rossano la ricordano. Ne fa memoria la Chiesa Cattolica e, di conseguenza, anche non pochi calendari, come quello del Convento dei Frati Minori Cappuccini “S. Maria delle Grazie” della Chiesa di S. Pio di Pietralcina (S. Giovanni Rotondo), che, il 28 novembre, la ricorda come la “Santa Theodora di Rossano”. Ne fa memoria il settimanale “la Domenica” distribuito nelle Chiese d’Italia il 26 novembre. Ne facciamo memoria anche noi con il presente breve articolo e con la lettura di questo articolo, ricordandola - anche - per essere la prima donna di Rossano a emergere dalle nebbie della storia e a occupare un posto nella storiografia della città e della Regione.

 

Rossano, 28/11/2017.

                                                                                Francesco   Filareto

 

 

 

 


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