Una malattia chiamata malinconia di Pierfranco Bruni

Domenica 05 Marzo 2017 18:35 di Redazione WebOggi.it

Una malattia chiamata malinconia

 
di Pierfranco Bruni


Ci sono rotoli di tempo che tagliano le nostre giornate. Una malattia chiamata malinconia viaggia senza pretesa.  Non fu come sempre quella mattina.
C'era il vento. E gli alberi del giardino avevano un nodulare di vento sottile che emanava un rumore intenso.
La scala che portava dall'ingresso della casa agli ultimi gradini che si aprivano nel piano del cancello, dove
campeggiava la grande palma, era contornata di foglie gialle e secche.

Il tempo trascorreva lento.
Come sempre il tempo trascorre lento lungo i giorni che viaggiano nella vita. Tutto ha un senso se tutto accade. Ed era presto di mattina.

Io ho sempre dormito poco. Sin da ragazzo. Andavo a letto tardi e alle cinque puntuale mi svegliava una sveglia mentale. Oggi dormo ancora di meno.
Non perché ho timore che possa consumarsi in fretta lo spazio di tempo che ancora mi è concesso.
Perché quella sveglia mentale che mi continua a vibrare si è invecchiata e non riesce a misurare la distanza tra l'ora che mi addormento e l'ora della sveglia.
Ha accorciato le pause ed ha distanziato il sonno e la ragione. Uso una forma o una formula culturale che è lontana dalla mia formazione, ma serve a far capire a me stesso i punti d'argento che segnano il cammino.

Allora.
Perché non fu come sempre quella mattina?

Quella mattina mi trovavo per la prima volta solo. Solo nella grande casa. Le stanze vuote. Il silenzio nel piano di sotto e di sopra.
Il vuoto!
Non c'era nessuno che aveva bussato alla mia porta con il vassoio e la tazza di caffè.
Il passo felpato di mio padre che io avvertito lento giungere sino alla mia stanza.

Mio padre prima di entrare bussava sempre alla mia porta. Che nobile è stato mio padre. Anche da uomo con una antica età si svegliava presto e preparava il caffè mentre si sbarbava.
Un signore che ha segnato due epoche. Un vero Gattopardo Gaudinieri.
Prima lasciava il caffè dandomi sempre un bacio, il bacio della mattina, e poi proseguiva e portava il caffè a mamma. Dandole il bacio del buongiorno.

Io e mia sorella, l'ho scritto in altre pagine, siamo stati fortunati perché abbiamo vissuto in una famiglia straordinaria.
Il bacio del buongiorno e della buonanotte era un rituale. Un qualcosa di spontaneo. Non era un diritto da parte dei figli o una pretesa da parte di papà e mamma. Era un sentire. Il più delle volte erano loro che si avvicinavano per darci il segno della serenità.
E sono stati anni di bella armonia e di vita vissuta nella gioia.

È passato il tempo. Il tempo passa sempre.
Quella mattina non fu come le altre mattine. Mi trovavo ad osservare gli spazi vuoti. I silenzi. Le foglie. I rami. Il giardino. E il caffè di mio padre era ricordo. Era diventato già memoria.
La memoria è nel tempo della vita è la vita è un passaggio di parole. Mio padre e mia madre mi trasmettevano una potente energia. Una alchimia dell'essere.

Io sono cambiato da quando non ci sono più, ma avverto quella loro energia farsi forza in me.

Proprio l'altra sera a Roma, durante uno dei miei soliti convegni sull'anima della parola, mi si avvicina una persona a me molto cara e di una intelligenza straordinaria, oltre che di grande spessore culturale, e mi dice:

"Sai, ti ho osservato per tutta la durata della relazione. Somigli sempre più a tuo padre. Nei gesti. Nella pazienza. Nella eleganza. Nella moderazione. Nel portamento. Sono contento. Sei uscito da quella tua parvenza scanzonata scapestrata scapigliata sessantottina e toulousiana. Questo fatto non dovresti trascurarlo. Sono contento anche per te. Sei diverso anche nell'usare i termini le parole i vocaboli giusti e armoniosi".

Mi salutò e andò via.
Molte riflessione mi hanno dato queste sue parole.
Io somiglio sempre più a mio padre.
Ciò mi ha reso orgoglioso. Pensoso. Non smetto di riflettere e di raccontarmi tutta una vita passata.

Dovrò ascoltare ciò che mi ha detto un giorno la donna incontrata sulla sabbia e faceva cerchi vicino al mare.

Ma quella mattina non fu come le altre.
Il caffè di mio padre non arrivò.
E in cucina era tutto spento. Regnava il silenzio. Io la casa il giardino il vento e il silenzio. Ma mia madre è mio padre c'erano!
Ed erano non solo dentro di me. Sono dentro di me.

In quella casa loro non smettono di abitare. Li vidi.

Si fermarono davanti e non parlarono. Osservai il loro volto. Mio padre mi prese per mano. Poi con uno scatto si fermò. Lasciò la mia mano e andò via. Mia madre mi baciò sugli occhi.  E fu tutto  in un  attimo. C’è sempre una malattia chiamata malinconia che si intreccia nelle parole.

 


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