
"Proteggiamo l’ambiente", le proposte dei giovani di Fridays for Future alla Ue
Domenica 24 Maggio 2020 10:00 di Redazione WebOggi.it
Uno studio dell’Unità investigativa di Greenpeace Italia, in collaborazione con ISPRA, ha indagato sui settori maggiormente responsabili del particolato in Italia. Nel 2018 riscaldamento e allevamenti sono stati i settori più inquinanti (responsabili in totale del 54% del PM2,5 in Italia), seguiti da trasporti stradali (14%) e industria (10%). Analizzando la serie storica del PM2,5 dal 1990 al 2018 la percentuale del contributo degli allevamenti non è mai diminuita, anzi ha continuato a crescere, passando dal 7% al 17%.
Al contrario degli altri settori, è più difficile controllare quello dell'allevamento, poiché si tratta di decine di migliaia di attività zootecniche e di un ambito in cui ci sono pochissimi controlli in merito allo spargimento dei liquami.
Al fine di ridurre le emissioni di ammoniaca e quindi le concentrazioni di particolato "il settore allevamenti potrebbe fare molto" ha sostenuto l'Ispra, "soprattutto in Lombardia e in Emilia, le aree più inquinate da particolato in Italia".
Infatti, stando a uno studio di Arpa Lombardia, l’ammoniaca che fuoriesce dagli allevamenti "concorre mediamente a un terzo del PM della Lombardia, ma durante gli episodi acuti tale contributo aumenta superando il 50% del totale". Cruciale, quindi, il ruolo degli allevamenti, responsabili di circa l’85% delle emissioni di ammoniaca in Lombardia.
Anche Arpae Emilia-Romagna, lo scorso anno ha diffuso un innovativo studio dove ha segnalato come l’allevamento intensivo fosse la seconda causa di emissioni di PM10 equivalente (primario e secondario) della regione.
Dunque, maggiori sono gli spandimenti di reflui zootecnici e maggiore sono le emissioni di ammoniaca. L’aumento di ammoniaca porta a incrementare il livello di particolato e quindi lo smog nell’aria. "I Comuni – ha precisato ISPRA – dovrebbero stabilire qual è il numero massimo di allevamenti e capi allevati che è possibile avere sul loro territorio, perché altrimenti i danni si ripercuotono sui cittadini".
A tal proposito, gli ecologisti di Fridays for Future, la rete di giovani ispirata dalle battaglie per il clima della svedese Greta Thunberg, chiedono riforme radicali per il settore agricolo Ue e la revisione della Politica agricola comune (Pac) in chiave di sostenibilità. La Thunberg, infatti, secondo quanto si apprende dalla testata britannica The Guardian, si farà portatrice in prima persona delle proposte di revisione in chiave ambientalista delle politiche agricole europee, al fine di ridurre le emissioni di gas serra dovute all’agricoltura (responsabile di oltre il 10% dell’inquinamento a livello Ue) e sostituire i sussidi attualmente commisurati all’estensione dei terreni coltivati con pagamenti per gli agricoltori che svolgono una funzione pubblica, dalla tutela dell’acqua pulita, alla riduzione delle emissioni di carbonio in atmosfera.
“Chiediamo un percorso verso la neutralità climatica per il settore agricolo e alimentare dell’Ue. Dobbiamo trasformare i pagamenti diretti in pagamenti per beni pubblici. Il denaro pubblico deve confluire nella transizione verso un'agricoltura sostenibile, ‘contadina’ e rispettosa del clima”, sottolineano gli ecologisti in una lettera aperta.
La Pac, secondo il bilancio Ue valido fino alla fine del 2020, vale quasi 60 miliardi di euro l'anno e costa circa 114 euro all'anno per ogni cittadino europeo. Tanto i pagamenti diretti verso gli agricoltori quanto gli altri contributi alle imprese sono finiti sotto accusa da parte delle associazioni ambientaliste che ritengono la Pac in parte responsabile dell'aumento dell'agricoltura intensiva, dell’uso di pesticidi e della scarsa attenzione alla conservazione del suolo e alla protezione della fauna selvatica.
All'inizio di questa settimana, la Commissione europea ha presentato alla stampa la politica agroalimentare Farm to Fork e la strategia sulla biodiversità. Con quest’ultimo provvedimento, l’esecutivo europeo ha promesso di destinare 20 miliardi di euro all'anno alla promozione della fauna selvatica e alle attività di rimboschimento, ponendosi come obiettivo quello di piantare 3 miliardi di alberi nel prossimo decennio.
La futura Pac, stando agli impegni presi da Bruxelles, premierà gli agricoltori per la conservazione del carbonio nel loro suolo, il che andrebbe a beneficio della natura e aiuterebbe l'Ue a raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050, come previsto dal Green Deal. Si mira anche a ridurre l'uso di pesticidi, aumentare l'agricoltura biologica e dimezzare l'uso di antibiotici su animali da allevamento entro il 2030. Ma per i giovani attivisti non è ancora abbastanza.
Questa pandemia offre un’opportunità preziosa per risistemare l’ordine delle nostre priorità e, chissà, anche abbracciare un cambiamento che sia positivo per tutti, animali compresi. È un’opportunità che non può e non deve sfuggire.
