Perizie false per favorire il boss Andrea Mantella, indagati medici ed avvocati

Martedì 02 Aprile 2019 08:00 di Redazione WebOggi.it

Falsi certificati medici e false perizie psichiatriche per fare uscire dal carcere Andrea Mantella, oggi collaboratore di giustizia ma all’epoca dei fatti boss emergenza del clan vibonese “Pardea Ranisi”. E’ quanto emerge dall’avviso conclusione indagini notificato dai carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo Valentia ad avvocati, medici, psichiatri e consulenti tecnici nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sotto il coordinamento di Nicola Gratteri. Sedici gli indagati, che sono: Andrea Mantella, 46 anni, di Vibo; Silvana Albani, 69 anni, di Camerino; Luigi Arturo Ambrosio, 82 anni di Altilia; Domenico Buccomino, 66 anni, di San Marco Argentano; Massimiliano Cardamone, 43 anni di Catanzaro; Sabrina Anna Maria Curcio, 51 anni, di Nicastro; Antonio Falbo, 56 anni di Nicastro; Francesco Lacava, 62 anni di Catanzaro; Santina La Grotteria, 46 anni, di Maierato; Francesco Lo Bianco, 48 anni, di Vibo; Sergio Lupis, 71 anni di Canolo; Mauro Notarangelo, 51 anni di Catanzaro; Massimo Rizzo,56 anni, di Catanzaro; Antonella Scalise, 62 anni di Crotone; gli avvocati Salvatore Maria Staiano, 63 anni di Locri; e Giuseppe di Renzo 46 anni di Vibo. A vario titolo tutti gli indagati sono ritenuti responsabili dei reati di corruzione in atti giudiziari, falsa perizia, false comunicazione all’Autorità Giudiziaria e altro. Reati aggravati dal metodo mafioso. Le indagini hanno accertato un vero e proprio meccanismo facente parte di un più ampio sistema illecito che vede coinvolti medici e avvocati, i quali, attraverso le proprie condotte, si sono adoperati – in molti casi riuscendoci – a far ottenere benefici carcerari ai propri assistiti, esponenti di spicco della ‘ndrangheta, trasgredendo le leggi dello Stato e venendo meno alle regole deontologiche che contraddistinguono le professioni mediche e legali. Ed è proprio grazie alla collaborazione dell’elemento di vertice dell’articolazione di ‘ndrangheta che i Carabinieri sono riusciti a ricostruire la rete di professionisti che si faceva beffa della giustizia. Nei guai è finita anche una clinica sanitaria convenzionata per ospitare detenuti gravemente malati “in realtà sanissimi”, che invece – contrariamente ai doveri d’ufficio imposti dal ruolo pubblico – ospitava veri e propri summit degli ‘ndranghetisti, diventando praticamente una base operativa dove veniva deciso lo sviluppo della Locale di ‘ndrangheta. Secondo le ipotesi di accusa i legali Staiano e Di Renzo in qualità di codifensori di Mantella nonché nel ruolo di istigatori, La Cava, Notarangelo, Cardamone, Curcio, Rizzo e Scalise quali consulenti tecnici della difesa, Mantella quale beneficiario della condotta, in diversi scritti destinati all’autorità giudiziaria e con più azioni poste in essere in momenti diversi, avrebbero attestato falsamente che lo stesso Mantella sarebbe stato affetto da patologie psichiatriche tali da renderlo incompatibile con il sistema carcerario, indicando come necessaria la sua allocazione in una clinica esterna al circuito penitenziario. Tra gli episodi contestati dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari spiccano una serie di perizie sulle false patologie psichiatriche di Andrea Mantella, all’epoca dei fatti ritenuto soggetto apicale dei “Pardea-Ranisi” nonché promotore ed organizzatore del cosiddetto gruppo scissionista operante nella città di Vibo. In particolare nel febbraio del 2006 Mantella fu protagonista di una evidente simulazione di un tentativo di suicidio nella Casa Circondariale di Siano. Un tentativo da subito non preso in alcuna considerazione dal medico di guardia del penitenziario che non ravvisò alcun fattore di rischio per la vita o per la salute del detenuto. Nonostante ciò alcuni dei medici specialisti che risultano oggi indagati avrebbero attestato il falso dichiarando Mantella affetto da patologie psichiatriche tali da renderlo incompatibile con il sistema carcerario o, addirittura, da “sindrome suicidaria”. False perizie di parte redatte – secondo l’accusa – allo scopo di agevolare il lavoro degli avvocati difensori di Mantella e finalizzate alla sua scarcerazione.


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