Pensione, l’Europa incentiva i sistemi integrativi?

Lunedì 21 Gennaio 2019 09:27 di Redazione WebOggi.it

Il capitolo pensione rappresenta sicuramente la nota più dolente del caso italiano. Le riforme che si sono susseguite negli anni (Legge 30, scalone Maroni, legge Fornero, solo per citare alcuni dei passaggi più noti) hanno progressivamente buttato giù un sistema che si reggeva su basi fragili ma complesse, contribuendo a dare una spallata devastante al tessuto sociale del nostro paese. Il sistema pensionistico pubblico ne è uscito con le ossa non rotte, disintegrate. Veniva così alla luce il filo scoperto di un compromesso durato decenni, senza però che ad esso fosse offerta una risposta convincente. Ciò ha dato ampio spazio al sistema previdenziale integrativo, che per i lavoratori in uscita ha assunto sempre più la prospettiva di un’ancora di salvataggio. In questa partita selvaggia, i fondi pensione sono emersi come uno degli strumenti più interessanti dell’intero panorama pensionistico italiano (ma non solo).

 

 La permanenza italiana all’interno dell’Unione Europea ha comportato, come noto, pesanti ingerenze, non sempre positive, da parte di quest’ultima nell’ambito della legislazione nazionale. Spesso entrando a gamba tesa, l’Europa ha ricostruito il modo attraverso il quale la legislazione statale affrontava alcune situazioni di tensione. Sulle pensioni,  la legge Fornero ha un po’ sintetizzato il rapporto, ahinoi tutt’altro che bilaterale e paritario, tra meccanismi sovranazionali e Stato.

 

 Forse consapevole di aver sparigliato le carte in tavola con troppo vigore, l’Europa ha pensato di rimettere qualche puntello, mirando però non a ripensare il sistema previdenziale pubblico, bensì ad incentivare quello integrativo. A tale scopo,  la direttiva IORP II rappresenta un passo in avanti  cauto ma significativo. Si tratta di un intervento minimo, che lascia un certo spazio di manovra alla ricezione da parte delle legislazioni statali, ma non per questo merita di essere sottovalutato. Al contrario, la direttiva contiene alcune misure che potrebbero caratterizzare una svolta importante nel mondo delle pensioni. L’obiettivo dello IORP II è quello di migliorare e armonizzare la natura dei fondi pensione, in particolar modo quelli negoziali (o chiusi, ossia riservati a specifiche categorie di lavoratori). I fondi dovrebbe dotarsi, stando a quanto emerge dalla direttiva, di un meccanismo di governance efficace, sana e prudente, che preveda anche un sistema di controllo interno (audit), una gestione condivisa e che soddisfi determinati requisiti di competenza. Insomma, se ai cittadini si chiede di rinunciare alla previdenza pubblica, occorre offrire un’alternativa altrettanto credibile, e perché no anche più remunerativa (ma sicuramente più rischiosa).

 

 In Italia,  i fondi pensione hanno conosciuto un discreto sviluppo in questi anni, sotto la spinta, come abbiamo visto, della crisi del sistema pubblico; crescita che, ad ogni modo, rimane sotto il livello europeo e di gran lunga. Il problema principale, tra l’altro, è che attualmente le prospettive relative ai fondi non consentono di fare dichiarazioni di ottimismo. Il principio che regola i fondi, ossia quel versamento mensile, sia pur modulabile sulla base delle esigenze del sottoscrittore, si scontra con una disoccupazione e una precarietà diffuse a macchia d’olio, specie tra i giovani, che impediscono la costruzione di un orizzonte lungo, necessario alla strutturazione del fondo. Occorrerebbe quindi, come accadeva fino a qualche decennio fa, occuparsi seriamente della doppia leva dell’ingresso e dell’uscita dal mondo del lavoro. Se il futuro deve essere rappresentato dal sistema integrativo, non per questo si può buttare a mare quel sistema di pesi e contrappesi che hanno regalato all’Italia anni di prosperità e benessere.


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