
Davvero il problema della Calabria è Cecchi Paone? (Spoiler: NO)
Lunedì 20 Gennaio 2020 12:43 di Isabella Pesce
4000 affiliati. “Solo” 4000 affiliati alla ndrangheta in Calabria.
Questi i dati confortanti (?) sciorinati dall'imprenditore Maurizio Talarico ieri sera nella trasmissione Non è l'Arena. Una trasmissione in cui la Calabria non è uscita bene, ma purtroppo, questo forse sfugge agli imprenditori e agli intellettuali che hanno firmato la lettera contro Giletti, non ne è uscita peggio di come è nella realtà. Guardare in faccia lo stato delle cose è il primo, se non l'unico, step fondamentale per guarire.
Guardare in faccia con lucidità non vuol dire accettare o rassegnarsi, vuol dire smettere di farsi prendere in giro, o di prendersi in giro da soli. 4000 affiliati su 2 milioni di residenti calabresi (approssimati per eccesso) non sono pochi. Avere 1 affiliato alla ndrangheta in media in ogni assemblea con circa 500 persone non è poco, se poi vogliamo tenere in considerazione la rete di contatti che la malavita riesce a tenere in piedi, i collusi, alla stessa assemblea i malavitosi potrebbero essere una ventina. Un esercito silenzioso ma non invisibile è quello che ci circonda.
Certo, l'imprenditore Talarico ha sicuramente inteso dare valore alle altre 480 persone per bene con la sua affermazione, ma la priorità delle persone per bene è vivere nella legalità e nella sicurezza. Ribadire che la Calabria non è solo ndrangheta e malaffare forse farà arrivare una decina di turisti in più quest'estate, ma non aiuta le persone per bene a crescere e prosperare tranquillamente nella loro terra, non argina l'emorragia dei giovani che scappano, dei malati che si fanno curare altrove, non abbatte di certo il muro dell'omertà e del silenzio. I dati mortificanti elencati da Cecchi Paone devono essere smentiti e cambiati con i fatti, non trincerandosi dietro il muro del risentimento.
Per questo, quando il procuratore Gratteri parla di una rivoluzione che parte dalla cultura, dovremmo fermarci tutti a ragionare sulle responsabilità che ha ognuno in questo malaffare, chiederci se ciascuno ha fatto del suo meglio per cambiare un sistema di scambi, favori, amicizie e "intrallazzi" o se vi si è in qualche modo assoggettati, non serve solamente fare la conta dei buoni, non serve elogiare il nostro mare come il più bello del mondo (lo è) mentre la 'ndrangheta vuole avvelenarlo, è necessario invece denunciare chi fa in modo che di queste ricchezze i calabresi non abbiamo mai potuto goderne a pieno.
I cattivi non sono i media nazionali, pur con le loro analisi a volte generaliste e con l'errore di aver mescolato due indagini diverse, la responsabilità maggiore spesso è dei media locali, degli introiti poco trasparenti e delle conseguenti opinioni pilotate.
