Coronavirus, il legame sottile che unisce l'Italia a Wuhan

Giovedì 19 Marzo 2020 10:15 di Redazione WebOggi.it

E' stato constatato che dopo il decreto dell’8 marzo, le polveri sottili (Pm10) a Milano non hanno mai neppure sfiorato la soglia limite di 50 microgrammi per metrocubo d’aria, in netta controtendenza con il tetto dei 35 giorni annuali "fuorilegge" fissato dall’Unione europea che si era già raggiunto nei primi due mesi del 2020. Una notizia incoraggiante rispetto a quelle che hanno caratterizzato questi giorni di emergenza sanitaria da covid-19, che sarebbe normale anche in considerazione della riduzione del traffico e del minor utilizzo delle caldaie per la chiusura delle attività commerciali, come mostrato anche dai dati pubblicati dai satelliti dell’Agenzia spaziale europea sul biossido di azoto, ma che tuttavia s’inserisce in un più ampio discorso sulla ricerca di eventuali correlazioni tra condizioni climatiche e diffusione del coronavirus.

Sono state riscontrate infatti da parte degli scienziati di tutto il mondo analogie tra il focolaio cinese di Wuhan e quelli lombardi,oltre che della zona di Qom in Iran e di altre aree del mondo dove si sono verificati o si stanno verificando i contagi. In particolare collegamenti sono stati ravvisati in ordine alle aree interessate dal virus tra latitudine, temperature, umidità e altresì livelli di inquinamento.

Partendo da modelli matematici, test di laboratorio e studi epidemiologici su sopravvivenze e trasmissioni dei virus, si cerca di capire perché il Covid-19 si sia diffuso in determinate zone e, soprattutto, come potrebbe evolversi in altre, magari seguendo dinamiche stagionali tipiche dell’influenza. Relativamente alla latitudine, tutte le località più colpite dal coronavirus si trovano nella fascia compresa tra 30 e 50 gradi a Nord. Vale a dire nello stesso "clima subtropicale umido" in cui si trova il Nord Italia. In secondo luogo, ci sono le temperature medie registrate, tra i cinque e gli 11 gradi centigradi in tutti i focolai, con il virus che non si è finora diffuso in aree più fredde (come Russia e Canada che contano pochi contagi) né più calde, una situazione che mette in allerta quei Paesi più a Nord, per i venturi mesi, quando le temperature sono destinate ad alzarsi. Infine l’umidità, analizzando un orizzonte di quattro mesi (da novembre a febbraio) si nota uno spread del tasso di umidità ridotto, in particolare a gennaio, con dati tra il 67 e l’88 per cento.

A queste correlazioni alcuni esperti aggiungono anche il fattore della qualità dell’aria, da inquadrare a livello di clima e di morfologia del territorio.

Si tratta ancora di ipotesi che dovranno comunque trovare conferma.


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