Assolti dopo 14 anni dall'accusa di abuso sulla propria figlia

Giovedì 13 Giugno 2019 20:14 di Redazione WebOggi.it

Aveva solo cinque anni quando ha dovuto rinunciare a mamma e papà per la più atroce delle accuse: l'abuso sulla piccola.

Una vicina con la quale la donna ha avuto un diverbio. Quanto basta per evitarle l'espulsione anche se in udienza non si è mai presentata.

Per anni la mamma e l'uomo che è il compagno e ha cresciuto la piccola sono stati costretti a starle lontano. Alla notizia dell'assoluzione la ragazzina, che oggi è una donna di 19 anni, è scoppiata in lacrime. Un pianto liberatorio. La vittima di questa storia assurda ha sempre negato le violenze che in primo grado i giudici attribuivano ai familiari. Martedì, al processo d'appello di Roma, il ribaltone. Le prove che il pubblico ministero di primo grado, Laura Centofanti, riteneva «inequivocabilmente significative» sono un bluff. Dopo 14 anni di lungaggini processuali possono riabbracciare una figlia ormai cresciuta senza di loro. Anni fondamentali in cui il processo contro i genitori li ha additati come dei mostri, quattordici interminabili anni per arrivare alla verità e per lavare quella macchia indelebile che ha distrutto la vita di tre persone, di cui una la più colpita.

 La registrazione che li avrebbe inchiodati nelle indagini del 2006: un fotogramma in cui si vede la bambina, vestita, a gambe divaricate far capriole sul lettone con il compagno della madre in piedi in accappatoio. Una scena di vita quotidiana ma che per i magistrati viterbesi è violenza. Scene che oggi vengono catalogati come spezzato di vita quotidiana in cui in una famiglia costruita con amore gioca.

Siamo a Viterbo. Una lite in cui una badante, irregolare in Italia mincaccia denuncia alla coppia, troppo "rumorosa". Un rumore fatto di risate e passi pesanti. La mamma della piccola risponde con una frase che le costerà quasi quindici anni da incubo: «Sono io che vado a denunciarti ai carabinieri, visto che qui in Italia sei irregolare»

 L'idea è di denunciarli ai carabinieri del posto. Per la donna i due abuserebbero della bambina. Non ha uno straccio di prova, la badante.  Il pm autorizza e subito dopo i militari si appostano nell'abitazione di sotto. Non trovano riscontri. Il 27 gennaio 2006, quando moglie e marito escono, entrano nel loro appartamento e piazzano due «cimici» e una microcamera. Un pomeriggio di riprese. «Stoppavo e riavviavo la telecamera» ammette l'operatore a processo. La sera stessa i carabinieri si presentano con l'ordinanza di arresto. «Ci hanno portati via tutti - racconta la donna -, per tre anni non ho rivisto mia figlia». Le accuse: abusi sessuali aggravati su minore. «La bambina viene subito portata in ospedale, al Belcolle, per una visita ginecologica e psicologica - spiega l'avvocato Claudia Polacchi -. Esami che escludono abusi sessuali: la piccola è integra. E nonostante lo choc è serena. Il Tribunale dei Minori l'affida prima a una casa famiglia poi alla nonna. In carcere, quando apro il fascicolo allegato, vedo una foto. È un fotogramma estrapolato dal video registrato. Perché allegare solo un frame e non l'intero filmato?». La risposta solo dopo le insistenze dell'avvocato Polacchi. Nelle riprese si vedono moglie e marito discutere e la bambina, come fanno spesso i piccoli, per attirare la loro attenzione fa capriole sul letto con l'uomo che la spinge dalle scarpe. Per i carabinieri, il pm e la corte di primo grado è la prova di reato. Un mese in isolamento, poi 11 mesi ai domiciliari nonostante le perizie negative.

Nel 2015 vengono condannati a cinque anni. Adesso l'assoluzione perché il fatto non sussiste. Il fatto no, ma il dolore, la vergogna e la separazione si, adesso, chi paga per tutto questo? Perchè il conto più salato pende sulla vita di una bambina, cresciuta senza le persone più importanti e nell'onta della vittima, ma del reato sbagliato. Lei, ormai donna. è vittima di un sistema. Tutto nostro.


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